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A 40 anni dalla Legge 180 “La Rivoluzione nella pancia di un cavallo”. Intervista a Daniela Di Renzo

180 gradi- l’altra metà dell’informazione

Il 25 marzo a Velletri (Roma), andrà in scena “La rivoluzione nella pancia di un cavallo“, spettacolo liberamente ispirato al lavoro di Franco Basaglia, in occasione del quarantesimo anniversario dell’approvazione della Legge 180/78. Abbiamo intervistato Daniela Di Renzo, autrice e regista dello spettacolo.

“Lo spettacolo affronta la riflessione sul confine tra certezza e dubbio, follia e normalità, sulle contraddizioni esistenziali, sul conflitto tra bisogni autentici e bisogni indotti che caratterizzano l’esistenza umana. La rappresentazione è giocata tra reale e immaginario e accompagna lo spettatore dentro una dimensione frammentata, scissa, quasi estraniante, per evidenziare la lotta costante tra le differenti componenti del Sé.

Il copione mette in luce il passaggio tra i diversi stati dell’Io attraverso la rappresentazione di più personaggi, (una sola attrice interpreta più ruoli), e insiste sulla ricerca della radice polivalente della follia.

Una donna, la protagonista, esprime un vero e proprio paradosso decidendo razionalmente di diventare pazza; per realizzare il suo scopo affronta un viaggio alla ricerca di un Dottore empatico che la aiuti a comprendere il suo bisogno di conoscenza del Sé. Sceglierà Franco Basaglia, l’unico (simbolicamente) in grado di capire e accogliere l’idea che la follia è una componente connaturata nell’essere umano e rappresenta l’essenza stessa o il motore del potenziale creativo; questo viaggio non è altro che la metafora del bisogno disperato dell’uomo di raggiungere una sempre più profonda conoscenza di Sé, allo scopo di diventare ciò che è in senso nietzschiano. La follia, riuscendo a trasportare l’essere umano nel luogo dove la mente razionale non ha accesso, permette di sviluppare il potenziale esplorativo che da accesso al profondo del Sé, denudato delle sovrastrutture socio-culturali costruite nell’arco di vita di ogni essere umano.

Anita, questo è il nome della protagonista, si contrappone al sistema di regole che l’uomo struttura al solo scopo di convivere con la minore conflittualità possibile in quanto le regole sono l’espressione più pura della razionalità. La protagonista soffre queste regole, sente che contrastano con la sua identità “riccia e ribelle”, e arriva a rifiutarle quando queste governano le relazioni intime, manipolandole in funzione di una visione collettiva dell’amore piuttosto che soggettiva e soggettivante; non accetta l’idea di amore che esclude la coscienza della funzione primaria, egoistica e narcisistica; Anita ha bisogno della solitudine e la rivendica quasi fosse un diritto negato in una società che tende a generare dipendenza; lei riconosce in questa condizione esistenziale il luogo ideale per esprimere il proprio potenziale creativo e generativo, ed è dentro questa solitudine, questo vuoto creativo, che cerca l’amore, in se stessa e di se stessa, prima ancora che nell’altro e dell’altro. Lei vuole amarsi anche quando non c’è nessuno che lo fa per suo conto.

La musica costituisce parte integrante dello spettacolo e svolge un ruolo transazionale, mette in comunicazione i diversi stati dell’Io fungendo da ponte. Entra ed esce evidenziando le differenti atmosfere create dai personaggi. Le composizioni sono originali e scritte specificatamente per il copione.”

I PERSONAGGI dello spettacolo

​ANITA:

La Forza e la Ferita narcisistica che convivono in equilibrio.

E’ il personaggio più presente nel copione e rappresenta il volto più evidente della persona, quello che si è disposti a mostrare, nonostante contraddizioni e debolezze.

E’ una donna con una profonda e antica ferita narcisistica, provocata da una madre disconfermante che non le riconosce e non accetta la sua identità riccia e ribelle; una madre evitante, incapace di entrare in contatto profondo con lei e con la sua indole a anticonformista. Crea con la figlia un attaccamento di tipo insicuro (ambivalente, discontinuo, spaventato, ansioso, minaccioso).

Al tempo stesso Anita è una donna forte, ha il coraggio di trovare uno spazio tutto suo all’interno del quale può dialogare con se stessa senza perdersi o annullarsi “Io mi amo dottore, senza nessuno intorno io mi amo!”. Sceglie con determinazione e profonda consapevolezza il contatto con una persona, Franco Basaglia, in grado di convincerla che può meritare accettazione incondizionata, non vuole restare ancorata alla ricerca di persone che al contrario le confermano il tipo di attaccamento sviluppato con la madre ”Non voglio essere come loro, dottore, che passano la vita a difendere la propria identità a pugni e poi se la fanno succhiare…”.

Per esprimere il suo potenziale, Anita ha bisogno di essere “autorizzata” ad esistere e legittimata nella ricerca di ciò che solitamente genera paura nelle persone, la perdita del controllo sulla propria volontà; per questa ragione va alla ricerca di un uomo “curioso” almeno quanto lei e soprattutto in grado di comprendere questo bizzarro e ossessivo bisogno di esplorare la natura umana.

Anita rappresenta la forza del cambiamento, il coraggio della trasformazione.

LA SCIENZA:

E’ la parte boicottante di Anita, quella che ostacola la sua emancipazione, la sua liberazione dal legame primario. La Scienza utilizza le certezze, la rigidità degli schemi, la manipolazione, per convincerla a re-stare (“io lo dico per loro, sono una scienza empatia io!”), vuole trascinarla dentro la sua trappola in cui tutto è apparentemente sicuro.

La Scienza è ciò che si nasconde dietro l’ipocrisia delle certezze. La scienza è il freno alla spinta rivoluzionaria.

L’ALIENAZIONE:

E’ la tendenza dell’essere umano a rifugiarsi nella familiarità. E’ la ripetizione coatta dei comportamenti: fare le stesse cose con le stesse persone, negli stessi spazi: la casa, la famiglia, la zona di confort, la proprietà (la MIA famiglia, la MIA CASA…).

IL GIULLARE:

Rappresenta la spinta rivoluzionaria. E’ il personaggio che infonde forza perché ha il coraggio di esprimere il suo pensiero ad alta voce, dice la verità anche quando questa è scomoda. La verità del Giullare non è ipocrita né manipolatoria, piuttosto è autentica e disinteressata.

IL MATTO:

E’ il volto più crudo delle contraddizioni umane, rappresenta la chiusura in se stessi o la fuga come sistema di difesa nei confronti delle incongruenze che la vita esprime. E’ la rinuncia a sviluppare una mediazione o cercare il compromesso tra bisogni autentici e quelli indotti, tra struttura e sovrastruttura. Anita cerca nella pazzia il luogo metafisico per legittimare la sua tendenza a stare da sola, a fare da sola; vuole rivendicare il diritto di avere uno spazio espressivo/creativo che rappresenti la possibilità di rompere gli schemi immaginando un altro modo di stare al mondo.

ANGELINA:

E’ la bambina, è l’ingenuità, è la capacità di costruire una realtà parallela in grado di salvarla dalle negatività che il mondo le presenta. Angelina si concede di sognare pur vivendo dentro un’istituzione totale. Sceglie di disegnare un simbolo che inequivocabilmente rimanda all’idea di libertà, il cavallo, lo dipinge di un colore diverso dalla sua natura, ne mette in risalto il potenziale creativo e generativo riempiendo la sua pancia di desideri. Angelina rappresenta la parte del Sé che può esprimersi pur vivendo all’interno di una società adultocentrica. Anita tenta di recuperare nel suo viaggio proprio quella parte, mostrandosi piccola di fronte a Basaglia “gli guardo le scarpe perché ho paura di guardarlo negli occhi”.