E Tu Slegalo Subito | La stanza della contenzione
E Tu Slegalo Subito | Campagna nazionale per l’abolizione della contenzione promossa dal Forum Salute Mentale
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La stanza della contenzione

La stanza della contenzione

Nella Relazione al Parlamento del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale 2019 si parla anche di contenzione, nello specifico delle stanze in cui la contenzione viene praticata.

L’intera relazione è scaricabile qui

Di seguito l’estratto sulle stanze della contenzione, pp. 89-90.

Stanze isolate acusticamente (1), apribili solamente dall’esterno, spoglie, in qualche caso riscontrato dal Garante anche senza riscaldamento. Prevalentemente, il letto è al centro della stanza con quattro fasce contenitive assicurate alla rete. Cinture che possono essere chiuse con speciali bottoni o con viti e una bottiglia d’acqua accanto al letto, a volte una traversa igienica assorbente come tappetino scendiletto. Ma in tal caso non si tratta di uno scendiletto, si tratta di un presidio igienico di fortuna, qualora la persona non faccia in tempo a suonare il campanello che è vicino alla porta. Una porta con un piccolo vetro per consentire la sorveglianza a vista, senza entrare. Nella stanza, infatti, ci si può stare, dicono, anche per tranquillizzarsi, per provare sollievo: in questo caso non si viene legati sebbene il letto sia sempre quello con le fasce contenitive. Qualche stanza per la contenzione non ha il letto, solo una coperta di lana marrone per terra. Sono stanze di isolamento, pensate anche queste per tranquillizzare. Pochi i casi di una stanza separata da un vetro a parete che permette a chi è dall’altra parte una vigilanza continua e una risposta pronta ai bisogni: molto più spesso, separazione, campanello, pareti bianche.

Stando legati, il tempo nella stanza di contenzione è interminabile. Nessun orologio, quadro, televisione che aiuti a capire da quanto tempo si è lì a guardare, supini mentre si è osservati da qualcuno per 24 ore, il più delle volte attraverso un dispositivo di videosorveglianza.  Dalla posizione di contenzione, con faccia all’insù, si può guardare soltanto il soffitto, ovviamente bianco. A intervalli il personale sanitario entra per controllare i parametri vitali, spesso in momenti che per il paziente sono inaspettati e che gli comunicano l’imprevedibilità di quello che sta per avvenire: l’allentamento di una fascetta o una messa a punto, un’iniezione o forse la possibilità di scambiare alcune parole. Forse le fascette saranno slegate completamente per essere accompagnati al bagno del reparto o perché è finito il periodo previsto. La persona legata, con le funzioni mentali indebolite o inibite dall’azione dei farmaci, distesa sul letto cerca di rispondersi alle domande che giustifichino il perché dell’inizio dell’isolamento e della contenzione e, magari perché ha fame, inizia a pensare “forse mi slegano un polso per mangiare”. Difficile sopportare a lungo la luce fissa del neon (il comando della luce è fuori la stanza) insieme all’odore forte della stanza. Se manca l’elemento dialogico che aiuti a elaborare l’esperienza resta soltanto la non comprensione o un sentimento di umiliazione. In quella posizione e a quelle condizioni è difficile del resto anche chiedere aiuto, negoziare, cercare spiegazioni. Se manca la rielaborazione successiva, una volta terminato il periodo di contenzione, resta la paura del suo possibile ripetersi, di ritrovarsi ancora in quella stanza a guardare le pareti mentre la luce che passa dalle finestre si alterna tra albe e tramonti.

In alcuni reparti la stanza della contenzione è sempre lì, aperta, a disposizione. Il suo letto allestito con le cinghie è sempre pronto per legare, quasi un monito implicito, seppure non voluto, per chi, passeggiando per il corridoio, posa lo sguardo nella stanza. Osservare la stanza per la contenzione evoca i vissuti, il momento di crisi, la presa corporale bloccante degli operatori. Lasciata a vista, la stanza sembra voler “ricordare pedagogicamente” il residuo di un’esperienza che difficilmente la persona dimentica, anche se al momento non l’ha vissuta
traumaticamente. A chi visita il reparto per capire come anche la sua strutturazione fisica invii messaggi sulle procedure e sull’attenzione posta a quei protocolli definiti per tutelare i diritti di tutti, operatori e pazienti, l’esistenza di un’apposita stanza suscita una serie di interrogativi. Primo fra tutti il rischio che la contenzione sia vista come strumento terapeutico (2), cosa che non è. Ma, parere del Garante sorgono problemi anche in relazione alla sua compatibilità con l’articolo 13 della Costituzione, molto ben chiaro e prescrittivo per quanto riguarda limitazioni di libertà e l’autorità che ha il potere di consentirla.

Infine, ma certamente non in ordine decrescente di valore, rinvia ai rischi per la salute della persona a cui la contenzione espone: dalle contusioni fino al decesso per trauma (3), all’arresto cardiaco, o alle interazioni farmacologiche. Non solo. Restano gli altri rischi sul piano psicologico, in termini di sentimenti di confusione, rancore, frustrazione, in chi la subisce. Il rischio maggiore è che ciò che avviene in quella stanza anonima, ma eloquente, finisca per configurarsi impropriamente come strumento di disciplinamento all’interno di un sistema la cui funzione è invece quella dell’aver cura, del mantenere e potenziare soggettività e non di comprimerla.

 

1. Relativamente al ricorso alla contenzione il Garante nazionale ha già espresso la propria opinione nella Relazione al Parlamento 2018 (si veda il paragrafo 26, p. 169). L’aver affrontato come ‘luogo’ nella Relazione di quest’anno anche la “stanza per la contenzione” non può essere interpretato come consenso a tale pratica, rispetto alla quale permangono limiti e riserve esplicate nel paragrafo citato.
2. Sentenza Corte di cassazione, V Sezione penale del 20 giugno 2018.
3. Nell’analisi di tali estremi atti è bene avere sempre presenti le ‘storie negative’ fortunatamente rare, ma purtroppo esistenti e che continuano a interrogare, dalla morte di Franco Mastrogiovanni il 4 agosto 2009, dopo 82 ore di contenzione, a quella più remota di Antonia Bernardini morta dopo essersi data fuoco nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli il 31 dicembre 1974 (la sua storia e la vicenda giudiziaria è stata ricostruita nel libro di Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito, Storia di Antonia, Sensibili alle foglie, Roma, 2017). Fino ad alcuni casi recentemente segnalati su cui il Garante nazionale sta conducendo accertamenti.