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Nessuno andrà in prigione per la morte di Franco Mastrogiovanni

Nessuno andrà in prigione per la morte di Franco Mastrogiovanni

L’Espresso, 21 giugno 2018

di Federico Marconi

Dopo 9 anni la Cassazione conferma le condanne per sequestro di persona ai sei medici e agli undici infermieri. Tutte le pene, inferiori ai due anni, sono sospese: «Ma è una sentenza importante che riaccende l’attenzione sul dramma della contenzione»

Il 4 agosto 2009 Franco Mastrogiovanni, maestro elementare di 58 anni, moriva dopo 82 ore di atroce contenzione, digiuno e solo, legato mani e piedi a un letto del reparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania, dove era stato forzatamente ricoverato per un trattamento sanitario obbligatorio. Nove anni dopo, la Corte di Cassazione mette la parola fine alla vicenda giudiziaria. Sono servite 24 ore di camera di consiglio ai giudici della Suprema Corte per confermare le condanne ai sei medici e agli undici infermieri per il sequestro di persona, con i medici condannati anche per falso ideologico. Annullata invece la sentenza d’appello per il reato di morte come conseguenza di altro delitto, caduto in prescrizione. Nessuno di loro andrà in galera: le pene, dai 15 ai 7 mesi, saranno sospese perché inferiori ai due anni.

I giudici del Palazzaccio non hanno accolto le richieste del procuratore generale, che dopo una lunghissima requisitoria aveva chiesto l’annullamento senza rinvio per gli infermieri imputati per il sequestro di persona e per omicidio colposo, mentre per i medici veniva chiesta la conferma per il reato di falso ideologico e l’annullamento con rinvio in appello per il sequestro. L’impianto del pg non ha scalfito la corte: per i giudici la disumana contenzione di un uomo legato e abbandonato a sé stesso è sequestro di persona.

«Siamo soddisfatti per la sentenza Mastrogiovanni: è un precedente molto importante per la storia della contenzione in medicina, una pratica molto discussa che spesso non ha niente a che fare con la cura di un paziente, ma con la privazione della sua libertà». Commenta così il pronunciamento dei giudici Valentina Calderone, direttrice di A Buon Diritto, l’associazione fondata da Luigi Manconi che ha appoggiato la famiglia durante questi nove lunghi anni. «Eravamo molto preoccupati per la requisitoria del pg, che non ha considerato la brutalità del trattamento subito da Mastrogiovanni nonostante quelle 87 ore di tragiche immagini, ma fortunatamente la sua impostazione non è stata accolta dalla corte». A Buon Diritto sta sostenendo una campagna per l’abolizione della contenzione nei luoghi di cura, con un appello che si può sottoscrivere su slegalosubito.com. «La contenzione è una pratica controversa e disumana di cui non si parla: non ci sono controlli, né raccolte dati da parte del ministero. Eppure è più diffusa di quel che si immagini: dai reparti di pscichiatria alle case di cura per i più anziani. La sentenza Mastrogiovanni è un precedente importante che ci permette di riaccendere i riflettori su questo grande problema».

UNA STORIA DI DISUMANITÀ
Franco Mastrogiovanni, 58 anni, docente precario nella scuola elementare di Pollica, nel Cilento, amatissimo dai suoi alunni, è lo sfortunato protagonista di una storia di abusi e malasanità, tutta italiana, che è stata a più riprese raccontata dall’Espresso.

Una storia che inizia nella notte del 30 luglio 2009, quando Mastrogiovanni – secondo i vigili urbani di Pollica – invade un’area pedonale del comune campano, provocando incidenti, danni, feriti. È allora che un ufficiale della polizia municipale, il tenente Angelo Lamanna, chiama il primo cittadino di Acciaroli, Angelo Vassallo – il sindaco pescatore ucciso nel 2010, la cui morte rimane avvolta ancora oggi nel mistero – indicandogli la necessità di sottoporre a un tso questa persona alla guida di un auto che stava creando problemi. La versione del vigile urbano ha destato forti dubbi in sede processuale: non ci sono state vittime per i gesti di Mastrogiovanni, né danni a cose. Ma questo il sindaco non lo sa e autorizza il trattamento sanitario obbligatorio.

La mattina del 31 luglio è sempre il tenente Lamanna che incontra Mastrogiovanni alla guida della propria auto: alza la paletta, gli intima l’alt. Ma Mastrogiovanni, con lo sguardo perso nel vuoto a dir del vigile, forza il posto di blocco. Allora inizia un inseguimento per le strade dell’alto Cilento, con i vigili che chiedono l’aiuto dei carabinieri per fermare il fugitivo. Il corteo va per Agnone, poi Montecorice, fino a San Mauro Cilento, dove Mastrogiovanni abbandona la sua Fiat Punto, corre sulla spiagga e si tuffa in mare cantando Addio Lugano bella, una canzone politica: lui, anarchico, in gioventù aveva avuto problemi con le forze dell’ordine per la sua militanza, senza mai però venire condannato da un giudice.

Mastrogiovanni rimane in mare per un paio d’ore, circondato da un sempre più grande numero di vigili, carabinieri, guardie costiere. Un medico, chiamato dalle forze dell’ordine, dal bagnoasciuga certifica lo stato di alterazione profonda del paziente a decine di metri da lui. Il maestro poco dopo però esce dall’acqua e si consegna ai vigili e ai carabinieri, che in processione lo accompagnano a prendere un caffè al chiosco poco distante. Chi assiste a quella scena ha testimoniato: «Non era agitato, anzi. Era assolutamente tranquillo, ha fatto tutto da solo». Così Mastrogiovanni sale sulle sue gambe sull’ambulanza prima di affermare le sue ultime, profetiche parole da uomo in libertà: «Non mi fate portare a Vallo perché là mi ammazzano».

Il maestro anarchico non uscirà vivo dal reparto di psichiatria dell’ospedale di Vallo della Lucania, dove passerà le ultime 87 ore della sua vita legato ad un lettino, tra la noncuranza assoluta del personale sanitario. L’autopsia dirà che è morto per asfissia, causata da un edema polmonare provocato dalla contenzione, una pratica definita «illecita, impropria e antigiuridica». «È morto come Cristo in croce» affermerà la sorella, che da quel 4 agosto 2009 chiede giustizia.

TSO, UNA PRATICA DISCUSSA
Dopo la sentenza di primo grado del 2012, con cui vennero condannati i medici e assolti gli infermieri, e quella della corte d’appello, che ha considerato tutti colpevoli, la vicenda giudiziara della morte di Mastrogiovanni giunge ora al termine con le condanne definitive. Resta però l’esigenza di riformare il tso, una pratica discussa che non sempre tutela l’incolumità del paziente. I Radicali, sull’onda dell’indignazione pubblica per la morte del maestro anarchico, proposero una “Legge Mastrogiovanni” che bilanciasse esigenze di cura e tutela dei diritti. Proposta che non è stata ascoltata dal Parlamento.

Franco Mastrogiovanni infatti non è l’unica “vittima” di tso. L’ultimo caso è quello di Jefferson Tomalà, ventenne di origini ecuadoriane, che lo scorso 10 giugno è stato ucciso da un colpo di pistola in casa sua, esploso da un poliziotto nel corso del trattamento chiesto dai parenti. O Fabio Boaretto, 60 anni, morto nel 2017 nel reparto di psichiatria dell’ospedale di Padova 24 ore dopo il ricovero. E ancora Andrea Soldi, 45 anni, che il 5 agosto 2015 ammanettato e a pancia in giù, muore soffocato nel tragitto verso l’ospedale. E poi Mauro Guerra, colpito da un proiettile di un carabiniere mentre si rifiutava di sottoporsi al trattamento, Massimiliano Malzone, morto improvvisamente in ospedale a Polla, nel salernitano, Giuseppe Casu, morto nel 2006 dopo sette giorni di tso all’ospedale a Cagliari.