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Alberta Basaglia: la rivoluzione è cominciata in famiglia

Alberta Basaglia: la rivoluzione è cominciata in famiglia

Senti chi parla, 11 maggio 2018

di Rebecca De Fiore

Alberta ha vissuto un’infanzia diversa da quella degli altri bambini, a stretto contatto con la follia, ma in un clima di assoluta normalità. Disegnava grandi nuvole come Picasso, ascoltava Mozart e Beethoven invece delle canzoncine che passavano in televisione e sentiva i grandi che facevano lunghi discorsi nel salotto di casa sua. Quei grandi erano Franco Basaglia, suo padre, Franca Ongaro, sua madre, e i loro amici, psicologi, psichiatri e filosofi. Oggi, a distanza di quarant’anni dalla legge 180 e dalla chiusura dei manicomi, Alberta Basaglia rivela come la rivoluzione sia cominciata in famiglia, dove niente era considerato impossibile.

Alberta è nata con delle lesioni negli occhi che la costringevano a osservare il mondo con la testa piegata da un lato. Le dicevano che sarebbe diventata cieca, ma i suoi genitori non l’hanno mai accettato e avevano ragione. L’hanno lasciata fare, insegnandole che si può vivere in tanti modi. Poteva anche andare a sciare. “‘Ma quando scii come fai?’, mi chiedeva mia mamma. ‘Chiudo gli occhi e vado’, le rispondevo. Lei aveva un brivido, ma non mi ha mai fermata”.

“Mi sono trovata per caso in questa famiglia che man mano che crescevo mi rendevo conto essere diversa dalle altre”, mi racconta nella sua casa di Venezia. “Arrivata a Gorizia venivo da una scuola Montessori in cui tutti i bambini avevano il grembiule del colore che preferivano. Io lo avevo arancione. Così sono andata il primo giorno a scuola col grembiule arancione e mi sono trovata in mezzo al bianco. A fine anno tutta la classe aveva i grembiuli colorati”.

I direttori avevano il diritto di vivere in un appartamento all’interno del manicomio, ma Franco Basaglia, avendo due bambini, rifiutò. Sconvolto da quello che aveva trovato – catene, camicie di forza, reti, grate, degrado – nell’ospedale psichiatrico di Gorizia, dove era arrivato nel 1961, non voleva che vivessero lì dentro. Nonostante questo, “ho iniziato ad avere un rapporto diretto con la sofferenza mentale fin da piccola. Le persone che pian piano uscivano dal manicomio passavano per casa nostra: alcune apparentemente non avevano nessun disturbo, se non per il fatto che stavano zitti, ma altre a me bambina facevano paura. Così ho imparato a riconoscere la paura e a non aver paura di aver paura. Anche per questo è stato importante far parte di questa famiglia”.

Oggi Alberta Basaglia è una psicologa ed è responsabile del Servizio partecipazione giovanile e Cultura di pace del Comune di Venezia, dove, dal 1980, ha guidato il Centro donna e il Centro antiviolenza. “Spesso mi dico che avrei potuto fare quelle cose tipo ingegneria perché mi affascinano le materie tecnico-scientifiche. Ma me ne sono accorta dopo, perché essendomi trovata in questo clima qui, essendo stata affascinata da quello che i miei genitori hanno creato attorno, era spontaneo per me pensare che sarei diventata una di loro”.

Così ha iniziato a studiare psicologia e al papà che le chiedeva se era matta, rispondeva che non le bastava essere la figlia di Basaglia e che come nonno voleva Freud. Quando, però, durante gli esami le ricordavano la somiglianza col padre a volte faceva fatica ad andare avanti. “Quello che per me era normale poi ho capito che per parecchia gente non lo era. Quando facevo l’università erano gli anni d’oro del superamento del manicomio e Basaglia era molto noto. Il giorno della mia laurea non c’era mio padre, ho pensato che laurearsi in psicologia con Basaglia seduto tra il pubblico era un po’ troppo”. In tasca, però, aveva un biglietto trovato sul tavolo quella mattina che ha sempre tenuto nel portafogli fino a quando non gliel’hanno rubato: “Brava, papà”.

La legge Basaglia è stata approvata il 13 maggio 1978, in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Ha aperto le porte dei manicomi, ha restituito dignità ai malati che vi erano rinchiusi in condizione oscene. Ma oggi la rivoluzione di Basaglia può dirsi compiuta? “Sono convinta che quando si decide che le rivoluzioni sono arrivate al loro scopo significa che non erano vere rivoluzioni. Le rivoluzioni iniziano e continuano perché si trasformano. Questa è nata per dare diritti a chi non li aveva e oggi ci sono ancora tante persone che non li hanno. In quella sfera e in tante altre realtà, basti pensare ai migranti. Alla psichiatria sicuramente c’è ancora molto da fare. Credo ci sia soprattutto il rischio di tornare indietro. Serve ogni tanto andare a vedere quello che è stato fatto per essere sicuri che non stia risuccedendo. Finché si legherà anche una sola persona, quella rivoluzione non sarà da definirsi conclusa”.